a vedere una logica nei comportamenti, nei modi di fare. Sì, probabilmente in certe cose non c'è una logica, o non è detto che ci sia sempre. Ma a me viene automatico cercarla, sempre, perchè penso fondamentalmente che ogni azione genera una reazione, e che c'è sempre un perchè, cioè tutto quello che facciamo o diciamo ha una motivazione, che dipende dal carattere, dalla diversa natura di ciascuno di noi. E' poi proprio la diversa natura che ci distingue a non farmi cogliere la logica del tuo comportamento, e viceversa. Nel senso, tu fai qualcosa che a me appare illogica, non vi vedo collegamenti, quindi non la capisco. E a te accade lo stesso con me. Dal mio punto di vista, però, ritengo piuttosto che nella tua azione una logica c'è sicuramente, solo che io non la riconosco, quindi non posso individuarla. Ma di sicuro nella tua azione i collegamenti ci sono eccome, il fatto è che appartengono alla tua forma mentale, e non alla mia.
Sulla base di questa idea, me ne sono fatta un'altra. E sarebbe che, quando si riesce a cogliere la logica nelle azioni dell'altro, si innesca la conoscenza. Nel momento in cui ci si ferma a ciò che si vede, alla superficie che non ti fa di sicuro cogliere la logica che c'è dietro, non c'è affatto conoscenza, l'altro resta comunque un enigma, oppure viene etichettato sulla base di quella che è la tua logica, non la sua, e in tal caso l'altro diventa un riflesso di sé a cui si affibbia ciò che si conosce, o meglio riconosce come noto, vedendo in lui ciò che si vuole vedere o non si vuole vedere a giustificazione di simpatia o antipatia che sia (a questo proposito mi torna in mente quando a scuola si parlava di professori che vanno a "simpatie ed antipatie", atteggiamento estremamente criticato). Molti si accontentano di questo. Ma questa non è "conoscenza", in questo modo non si conosce nessuno, non si può conoscere qualcuno limitandosi alla superficie e attaccandogli addosso ciò che appartiene a noi, e non a lui. Si conosce davvero qualcuno non semplicemente limitandosi ad osservare quello che fa o il modo in cui lo fa (per poi giudicarlo come giusto o ingiusto, ma giusto per chi, se non per noi che osserviamo?), ma quando si coglie, si capisce -senza necessariamente condividerlo- perchè lo fa. Solo allora, secondo me, c'è vera conoscenza.
Sulla base di questa idea, me ne sono fatta un'altra. E sarebbe che, quando si riesce a cogliere la logica nelle azioni dell'altro, si innesca la conoscenza. Nel momento in cui ci si ferma a ciò che si vede, alla superficie che non ti fa di sicuro cogliere la logica che c'è dietro, non c'è affatto conoscenza, l'altro resta comunque un enigma, oppure viene etichettato sulla base di quella che è la tua logica, non la sua, e in tal caso l'altro diventa un riflesso di sé a cui si affibbia ciò che si conosce, o meglio riconosce come noto, vedendo in lui ciò che si vuole vedere o non si vuole vedere a giustificazione di simpatia o antipatia che sia (a questo proposito mi torna in mente quando a scuola si parlava di professori che vanno a "simpatie ed antipatie", atteggiamento estremamente criticato). Molti si accontentano di questo. Ma questa non è "conoscenza", in questo modo non si conosce nessuno, non si può conoscere qualcuno limitandosi alla superficie e attaccandogli addosso ciò che appartiene a noi, e non a lui. Si conosce davvero qualcuno non semplicemente limitandosi ad osservare quello che fa o il modo in cui lo fa (per poi giudicarlo come giusto o ingiusto, ma giusto per chi, se non per noi che osserviamo?), ma quando si coglie, si capisce -senza necessariamente condividerlo- perchè lo fa. Solo allora, secondo me, c'è vera conoscenza.
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